SCASSO MATTO!

AVVERTENZE: QUESTO RACCONTO E’ FRUTTO DELLA PURA FANTASIA DELL’AUTORE; OGNI RIFERIMENTO A DATE LUOGHI O PERSONE E’ PURAMENTE FALSO.

[13759]01

O FORSE NO…

 

 

Roma, primavera 2003.

 

Come tutti i pomeriggi della mia vita, appena finito di mangiare sono uscito di casa per raggiungere i miei amici in comitiva.

La comitiva era composta da me, Simone detto “il Ciccio”, Alessio detto “Zeppola”, Gianluca “il Secco”, Valentino “il Peggio”, più qualche altro ragazzo che ogni tanto passava di lì.
Ragazze: zero.
Eravamo tutti più o meno coetanei: Ciccio era il più piccolo, aveva 13 anni; il più grande ne aveva 15.
Appena eravamo tutti, partivamo per raggiungere la tabaccheria su via della Cellulosa; compravamo uno o due pacchetti di sigarette, all’epoca c’erano le Pall Mall a 2 euro mi sembra, accendino e cartine, lunghe, e un pacchetto di gomme da masticare.
Fumavamo tutti, ma nessuno di noi fumava a casa: entro le sette e mezza di sera dovevamo aver finito tutto. Le gomme servivano a coprire l’odore del fumo (come se i vestiti non puzzassero poi… i nostri genitori erano o troppo buoni da non dirci che ci sgamavano, o troppo distratti da altre cose); altrimenti a turno qualcuno doveva accollarsi tutto, custodirlo a casa, e riportarlo il giorno dopo. La classica risposta in caso di “scoperta” da parte del genitore era: “sono di Tizio, la mamma non vuole che fuma così mi ha chiesto di tenerle a me che tanto tu mamma sai che non fumo; per favore non andarlo a dire a sua madre…”

Tornati in comitiva, ci nascondevamo alla fine della via, che era una strada senza uscita, e fumavamo: il Ciccio e il Secco vivevano lì e non volevano assolutamente rischiare di farsi sgamare dalle loro madri.
Finite le prime due sigarette a testa, si cominciava con la tedesca.
Su quella via c’era una casa disabitata: era una sorta di rudere, pieno di sterpaglie, con le finestre rotte; la casa aveva un piccolo giardino ed un cancello, che era diventato la nostra porta. Il cancello non aveva la serratura ma era tenuto chiuso da una catena con un lucchetto.
La casa era disabitata ma ogni tanto, una volta al mese all’incirca, arrivava il proprietario: entrava, faceva qualcosa, e se ne andava…
Succedeva di continuo che qualcuno tirasse la palla troppo alta, così dovevamo scavalcare all’interno per prendere il pallone. Le prime volte che scavalcavamo eravamo quasi spaventati da quella casa; dopo un po’ abbiamo cominciato ad abituarci alla cosa, così abbiamo deciso che quello sarebbe stato il posto ideale per fumare le nostre sigarette “speciali”: una casa disabitata, piena di sterpaglie… un posto perfetto per nascondersi dai mille occhi pronti a fare la spia ai nostri genitori.

I pomeriggi passavano, tra una tedesca e due tiri di canna, in modo tranquillo, spensierato.
Finché un giorno non prendemmo una decisione…
Giocavamo a tedesca, e per l’ennesima volta la palla andò a finire dentro la casa inabitata…
“ao io me so’ rotto er cazzo de fa’ sempre il ladro che me devo arrampica’ su sto cancello che è pure tutto arrugginito mannaggia chi dico io!” esordì er Zeppola…

“c’ho n’idea rega’… nun v’aregge tanto gia’ ‘o so’…”

“dicce Secco, che vuoi combina’ stavolta” rispondemmo tutti in coro;

“è ‘na cosa troppo sveja, sentite – ci mettiamo tutti in cerchio stretti per ascoltare l’idea der Secco – spaccamo il lucchetto che ha messo il signore, e ce ne mettemo uno nostro!!! Così tutte ‘e vorte che dovemo fuma’ o che er pallone ce va della’ invece de scavarca’ entramo direttamente dal cancello! voi mette che svorta é?!”

“ma che cazzo dici zi’! hai fumato da solo oggi? famme controlla’ il fumo se manca quarcosa… cioè, tu ce stai a di’ de spacca un lucchetto su un cancello di una casa di proprietà e de mettecene uno nostro? Annamo tutti ar gabbio così bravo cojone!” questa è stata la risposta der Ciccio che tra tutti era quello più cojone e cacasotto—

“sei er solito cacasotto, cazzo ce fanno… uno che ne sanno che scemo stati noi? due il proprietario non viene mai penserà che s’è perso le chiavi del cancello… te devo popo spiega’ sempre tutto a te…” a quanto pare nessuno di noi riuscì ad obbiettare in maniera più convincente…

La decisione era presa: prima di tornare a casa saremmo andati tutti a comprare un lucchetto nuovo in ferramenta, e la sera avremmo rotto il vecchio lucchetto, sostituendolo col nuovo.
Così, verso le dieci ci ritrovammo in comitiva e iniziammo il lavoro… Per prima cosa er Peggio stacca una sbarra dal cancello, poi il Ciccio sfrutta le leggi della Natura a suo favore, così applicando la sua “intensa” forza-peso alla sbarra/leva inserita dentro al lucchetto, dopo un paio di tentativi riesce a spaccare il lucchetto.
Ce l’avevamo fatta!
Avevamo il nostro covo segreto dove poter fumare indisturbati; inoltre, il posto sarebbe stato anche il nostro ripostiglio, così nessuno avrebbe rischiato di essere scoperto col “pacco”.
Avevamo due chiavi: una l’abbiamo messa in un posto che tutti sapevano e sarebbe stata la chiave d’emergenza; l’altra ce la tenevamo a turno; il passaggio della chiave era qualcosa di religioso, custodire quel segreto era per noi la cosa più importante, faccio difficoltà a descrivere quei momenti che sono ancora vivi nei miei ricordi… quando avevi quella chiave in tasca eri considerato un po’ il capo del gruppo, e quando camminavi per strada e guardavi incrociavi gli sguardi degli abitanti della via ti sentivi potente…
Il consumo di sigarette aumentò del 100% nel giro di pochi giorni: eravamo al sicuro, avevamo fregato i “grandi”, avevamo il nostro segreto. Eravamo invincibili.
Le cose andarano bene per un paio di settimane, poi accadde l’inevitabile…

Finito di mangiare, come al solito sono uscito di casa per andare in comitiva: esco in giardino, prendo la bici ed esco dal cancello, direzione: casa disabitata.
Stavo pedalando sulla via principale, quando giunto in prossimità dell’incrocio, rallentando, mi accorgo che proprio davanti alla nostra “base” erano presenti due volanti della polizia… testa bassa aumento le pedalate e mi fiondo a casa del Zeppola”. Citofono:

 “si chi è” 

“ale’ so’ io… hai visto che…” 

CLICK 

“sta zitto e entra”.
In cortile c’erano tutti, mancavo solo io:

 “pure voi?”
“si abbiamo visto tutti…”
“io lo sapevo, mo’ sicuramente qualcuno ci avrà visto, farà i nostri nomi e la polizia ci verrà a cercare!”
“facciamo così, oggi stiamocene tutti a casa, domani andiamo lì come niente fosse e continuiamo a fare come sempre per non dare nell’occhio, mi raccomando ACQUA IN BOCCA, chi parla è morto!”
Ce ne tornammo tutti a casa, mia nonna quando mi ha visto rientrare mi chiese:

“come mai sei già tornato? i tuoi amici?” 

“niente no’, non ce stavano, bo’… io mi metto a studiare” 

“stai bene?” 

“si che sto bene, che è mo’ non posso studiare” 

“…”

Un giorno infernale, un’ansia tremenda mi aveva attaccato alla gola e non aveva nessuna intenzione di andarsene… ad un certo punto mi sono messo a pregare giurando che mai avrei più fatto una cosa del genere, che avevo capito la lezione, e che non serviva altra punizione.
Avevo raccontato l’evento ad una sola persona, il “tuttofare” che lavorava da mia nonna. Era un ragazzo romeno di 19-20 anni, viveva a casa di mia nonna, si occupava del giardino e di casa. Giocavamo insieme alla play station ed andavamo a farci le uscite in mountain bike, e di solito mi confidavo con lui: in un certo senso eravamo amici. il giorno dopo, tornato da scuola, il bastardo mi fa: 

“Marco vieni qui ti devo raccontare una cosa” 

“dimmi Mario che succede? E’ venuto qualcuno?” 

“Stamattina, verso le dieci, hanno citofonato i carabinieri, chiedevano se conoscessi un ragazzo, hanno fatto il tuo nome; io naturalmente gli ho detto che non avevo mai sentito quel nome, per fortuna sono andati via prima che arrivasse tua nonna, quindi tranquillo”
“MA CHE CAZZO DICI?! Oddio sono finito? Quanti erano? Sei sicuro che ti hanno creduto?”

“… MUAHAHAUHAHAHAHAHAHAHAH! Oddio che ridereeee! Dovevi vedere la tua faccia ahahahahahah!”

“sei un grandissimo testa di cazzo col cazzo che ti faccio fumare più con me!”
Mangio, ed esco: in comitiva eravamo tutti tranne… il Ciccio. I miei amici erano molto agitati:

“raga’ è successo un macello: qualcuno ieri ha parlato!”

“è stato quel ciccione di merda sicuramente!”

“non è possibile lo dicono solo per farci confessare! Continuiamo a fare come niente fosse. Lo hai portato il pallone?”

“eccolo”
Neanche 5 minuti e si avvicina Sor Antonio.

Sor Antonio era la nostra nemesi: il suo cancello era quello subito prima a quello della casa disabitata, e non ho mai capito perché lasciava sempre la sua fottuta macchina – una Fiat Uno bianca dimmerda tenuta come fosse un Ferrari – davanti al suo cazzo di cancello. Non è che fossimo dei grandi calciatori, quindi inevitabilmente il nostro pallone andava a sbattere contro la sua “Ferrari Uno”; qualche volta la palla andava a finire dentro casa sua: tutte le volte che accadeva il pallone veniva sequestrato fino alla sera. Ogni tanto il vecchio pensionato bastardo si metteva di fuori, accanto alla sua macchina, a guardarci giocare a pallone: come la palla gli passava accanto o sfiorava la sua macchina il vecchio vi si fiondava sopra con l’agilità di un felino e se la portava dentro casa, seguito dai nostri lamentai di supplica.
Uno due tre, passammo alle minacce: “o ci ridai il pallone o tiriamo i sassi alla tua macchina”. 
“Provateci, provateci! Vedete voi che fine fa il vostro pallone!!!”
Cominciavamo col brecciolino dell’asfalto, poi man mano aumentavamo di calibro, finché alla fine il vecchio dimmerda un giorno si rassegnò, parcheggiò la macchina dentro il suo cazzo di garage e noi potemmo giocare a pallone senza cacature di cazzo.
Stavamo discutendo tra di noi dicevo, quando irrompe Sor Antonio

“tanto lo sappiamo che siete stati voi! EHEHEH! Uno di voi ieri è venuto qui ed ha fatto la spia!”

“noi non abbiamo fatto un cazzo, e poi chi sarebbe venuto qui?”
“si come no, lo sappiamo che siete stati voi; dov’è, non lo vedo… quello cicciottello è stato, come si chiama non mi ricordo…”

“…..IL CICCIO!” tutti in coro…

“Siete fortunati che il signore ha esposto denuncia contro ignoti, ma tanto vi scoprono: avete finito di rompere il cazzo con quel pallone!”

“Anto’ vaffanculo te e quella macchina di merda che ti ritrovi”

disse il Peggio e scappammo tutti.

“andiamo a vendicarci! Andiamo a prendere il Ciccio!”

Arriviamo sotto casa sua, gli citofoniamo, e il coglione scende pure…
“Antonio ci ha detto che hai fatto la spia mortacci tua!”

“non è vero, si è inventato tutto!”
“a sì è? e come faceva a sapere i nomi e tutto?”

“mo’ so cazzi tua Ci’, ‘ste cose non se fanno”
… e tutti, a turno, lo abbiamo fracassato di botte.

Eravamo spacciati: conoscevano i nostri nomi, avevano un testimone chiave… nel giro di pochi giorni saremmo stati tutti arrestati!

Le due settimane successive a quei fatti furono alcuni tra i giorni più pesanti che abbia passato: avevo un’angoscia tremenda, non sapevo se parlarne con qualcuno, passavo intere giornate a casa a guardare il cancello sperando non si fermasse nessuna volante; quando suonavano al cancello mi fiondavo, con il cuore in gola, per vedere chi fosse….
Man mano che i giorni passavano mi feci speranzoso, forse non ci hanno scoperto; forse non vogliono farci nulla, dopotutto siamo solo dei ragazzini. Piano piano ripresi fiducia e coraggio, e la vita continuò a riprendere regolarmente, fino alla cazzata successiva.

Fu forse allora che cominciai a capire che avrei fatto bene a frequentare nuovi posti e nuove persone….
Non mi annoiavo mai, da ragazzino… mi mancano quei giorni.

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