SULLA MORTE E LE SUE RAPPRESENTAZIONI

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Ieri sera ho avuto una discussione con la mia ragazza: stava guardando un video postato  su Facebook in cui si vedeva in diretta l’accasciamento al suolo del cantante Mango, morto il giorno prima per un infarto avuto durante il concerto.

Ormai la gente non va più ai concerti per guardarseli, no: ci va per riprenderli con i loro telefonini, per poi postarli sulle loro bacheche e dire “ehi, guarda dove sono stato! Quanto sono fico eh!”.
Ma questo è un altro problema, anche se meriterebbe anch’esso una riflessione.

La questione è un’altra.

Quando ho visto che la mia ragazza stava guardando un video in cui un uomo stava accasciandosi al suolo per morire, ho avuto una reazione abbastanza forte:
“Si può sapere che bisogno c’è di vedere il video della “morte in diretta” di Mango?! E’ morto, lo sai già, sai che ha avuto un infarto, sai che è morto clinicamente durante il tragitto dal concerto all’ospedale, di quale altra informazione hai bisogno? Cos’è questa necessità morbosa di vedere come muore una persona? Perché?”

Così alla fine per non sentirmi ha chiuso il video, ma una risposta non me l’ha saputa dare: aveva tutte le ragioni, le mie più che domande sembravano delle accuse…

Tolto però il mio tono incazzato, la mia “brutalità”, restano comunque delle domande interessanti. E così alla fine ci ho pensato un po’ su.

Non c’è nulla da fare: l’uomo è curioso e in un certo senso “affascinato” dalla morte. Prima o poi tocca a tutti, non si scampa: sulla testa di tutti gli esseri viventi c’è questa ghigliottina pronta a fare il suo lavoro in qualsiasi momento. Siamo tutti accomunati da questo tanto tragico quanto inevitabile destino. La morte ci fa paura, perché tra tutte le esperienze una volta che la si vive, non la si può raccontare; non è come il primo bacio, la prima volta è anche l’ultima: non si può imparare a morire.

Da un punto di vista puramente logico-razionale, parlarne e scriverne è totalmente inutile.
Eppure il suo fascino irresistibile ha fatto si che l’uomo, per un buon 50% della sua esistenza, ne abbia scritto, recitato, abbia inventato miti e religioni, si sia dato un gran da fare insomma: un po’ per prepararsi alla morte, un po’ per esorcizzarla.

Poi deve essere successo qualcosa: non so specificare quando di preciso, e chi sia stato l’agente eziologico – molto probabilmente furono un insieme di concause: positivismo, idealismo, “la morte di Dio”, la nascita di una Scienza e le sue applicazioni in grado di curare la maggior parte delle malattie, e raddoppiare in un secolo circa la vita media della popolazione – ma la morte si è trasformata in un tabù: guai a parlarne, i malati si tengono ben nascosti, si usano parole come “brutto male” per parlare dei tumori, e così via.
Il punto è che puoi far finta quanto ti pare che la morte non esista, ma lei prima o poi arriva lo stesso. Questo paradosso – il tabù sulla morte, e la sua stessa fatalità – viene vissuto da tutti, ed ha creato una specie di schizofrenia collettiva.
Da una parte non si deve parlare della morte, delle malattie, siamo tutti belli forti giovani e sani,

“ho 65 anni, faccio la maratona di New York; ho un po’ il colesterolo alto, ma prendendo un paio di pasticchette sono come un pischello, e la sera con mia moglie… attento tu! giovane ventenne, che è un attimo che mi scopo pure la tua fidanzatina”,

insomma cose di questo tipo qua se ne vedono continuamente in tivvù.

Dall’altra parte però la morte continua ad essere raffigurata esattamente come prima, con  una differenza però: quella tecnologica.

E la tecnologia che ha fatto da padrona nel ventesimo secolo, che è anche un po’ la madre di youtube e compagnia bella, è la televisione.

L’uomo ha gli organi di senso per esplorare l’ambiente circostante, e tra tutti i sensi quello gerarchicamente più “forte”, quello che si impone su tutti, è la vista.

La potenza della televisione è proprio questa: usare come veicolo per le informazioni quel senso che si impone su tutti.

Se lo vedo, deve essere vero cazzo!

La televisione però non viene usata solo per trasmettere informazioni, ma anche per fare intrattenimento: la tv è spettacolo, e quello che viene trasmesso è finzione; finzione che sembra reale – e questo al cervello qualche problema lo da – ma sempre finzione. Poi ad un certo punto arrivano i reality, le docufiction, i talk-show e il web 2.0 ha fatto tutto il resto.

Ormai fare distinzione tra cosa è reale e cosa non è reale è faticoso, per la maggior parte delle persone oserei dire impossibile.
E così molti di noi hanno guardato l’evolversi delle indagini sul “caso Sara Scazzi” con lo stesso spirito con cui seguono CSI New York; addirittura si organizzano tour sui luoghi del delitto, poi si passa davanti casa di Sara, poi dello zio; un giro in paese e poi si torna tutti a casa, davanti alle televisioni. E lo show continua.
Lo stesso discorso è applicabile alle varie impiccagioni, sgozzamenti, decapitazioni, morti in diretta, incidenti stradali e così via.
Anche alla morte in diretta di Mango.

Arriviamo al dunque ora…

– una volta si usavano “le arti” per creare delle raffigurazioni della morte, così da renderla più “accettabile”, per conoscerla, renderla più umana.

– ora si utilizzano invece immagini di morte reali in un contesto “finto” quale la televisione e compagnia, per creare l’illusione che la morte non esista.

Nel primo caso, abbiamo visto, c’è un problema di tipo razionale; ma almeno tutti quelle cosmogonie, divinità, quei miti, quegli angeli e demoni sebbene finti e frutto dell’immaginazione erano percepiti come qualcosa di REALE, “di questo mondo”.

Quello che sta succedendo oggi invece è che si sta cercando di trasformare in IRREALE qualcosa di molto reale. E non si tratta di una semplice esorcizzazione della morte.

Perché la vita, dopotutto, è la cosa più importante che un essere vivente ha. La sopravvivenza e la propagazione della vita è il fine stesso della vita. E la morte è quell’evento che mette fine alla vita. Vita e morte sono dunque legati, e na definisce l’altra.

 Ma se la morte diventa irreale, che ne è della vita?
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5 pensieri su “SULLA MORTE E LE SUE RAPPRESENTAZIONI

  1. Ti do uno “spunto” per la riflessione sull’esistenza solo se manifestata ad altri. Non puoi riprenderti da morto e postare la tua morte su Facebook, o meglio non lo puoi fare e poi vantarti con gli amici di quanto sei stato “fico”!

  2. “Non c’è nulla da fare: l’uomo è curioso e in un certo senso “affascinato” dalla morte.”

    E io credo sia la stessa curiosità morbosa che fa si che quando c’è un incidente in autostrada (una corsia bloccata su 4 disponibili) tutti rallentano nel passare a fianco. Tutti, non solo la corsia più vicina (per prudenza sai, metti che investi un soccorritore). Tutti rallentano PER GUARDARE. A volte mi sembra che siano tutti tranne me, che sto lì in coda a inveire come un ossesso perché c’è stato un incidente, ok, la polizia è già lì ok, l’ambulanza pure, che te ne frega di “vedere cosa è successo”? Oltretutto pensa a questi poveri soccorritori: uno o due devono essere sempre impiegati per stare in mezzo alla corsia e fare segno alle macchine di non rallentare e di andare avanti. Siamo esseri bizzarri.

    • Proprio per questo parlo di rappresentazioni della morte: siamo curiosi e vogliamo vedere, vogliamo capire. Forse non più, ed è questo il “messaggio” che volevo lasciare. E a te, che effetto fa? Non sei curioso?

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