FOTOGRAFI, FOTOGRAFI OVUNQUE. ESCONO DALLE FOTTUTE PARETI!

Testaccio.
Ex mattatoio.
Entro per farmi una passeggiata mentre aspetto la mezza.
Stamattina non faceva freddo quando sono uscito di casa: c’era vento, ma era un vento stranamente caldo; ora invece si è alzato un vento gelido, e sta cominciando a piovere. Ma io non demordo, stringo i denti, mi chiudo bene il cappotto e continuo a passeggiare.
Sarà stata la temperatura, sarà stata la pioggia… ma l’ex mattatoio è piena di gente presa a fare foto, spuntano ogni dove, come funghi.

Davanti a me c’è questo gruppetto.
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Ad un tratto si allontanano frettolosamente, si mettono tutti intorno al muro e si mettono a scattare delle foto. Fanno dei strani commenti di cui non comprendo il significato, e poi si allontanano.
Stavano fotografando questo.
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Un fottutissimo cazzo di idrante, di quelli che si trovano un po’ in qualsiasi fottutissimo posto.

Più vado avanti e più il numero di fotografi aumenta.

Ci deve essere una sorta di codice non scritto tra fotografi, dal momento che basta che un fotografo punti la macchinetta verso qualche cosa di sicuramente interessante (sicuramente!), che tutti gli altri si fermano, aspettano che scatti la foto, e poi procedono, lanciandosi sguardi di approvazione. Sembrano dei bambini che giocano a “UN…DUE…TRE……STELLA!”.
Mi chiedo se appartengo alla stessa specie di quegli individui, poi smetto di pensarci perché potrebbe essere pericoloso.

Mi gira la testa. Ho le vertigini. Tutti quei flash e quegli scatti mi stanno disorientando. Voglio uscire! Devo uscire al più presto da questo posto dimenticato da dio!
Mi chiedo che mondo è quel mondo dove un posto in cui fino a qualche anno fa si sgozzavano animali – mi immagino il sangue scorrere a fiumi nelle canaline e per le strade, sciami di mosche che ronzano incessantemente, quell’odore forte di sangue coagulato al sole – sia diventato un luogo di aggregazione culturale. Mi chiedo che mondo sia un mondo dove fare foto agli idranti sia cultura…
Arrivo all’uscita e mi ritrovo i tre tizi di prima intenti a fare qualcosa, non so cosa

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No. Non stavano fotografando quella gigantesca scultura di bambù sullo sfondo; fotografano la targa della via! Lo so perché li sento commentare la targa.

Mi scaravento verso l’uscita, ho il cuore in gola, inciampo su un sampietrino messo apposta sicuramente da qualche fotografo, ma riesco a non cadere.

Mi serve un rifugio: di fronte all’Ex Mattatoio c’è il mercato di Testaccio. Entro ne mercato, cercando rifugio tra i banchi alimentari.
Mi sento un po’ più a casa: i negozianti sono tutti romani, parlano, urlano, in romanaccio.
Mi avvicino ad un bancone che fa pizzicheria, e mi prendo un buon pezzo di pizza rossa romana: bassa, scrocchiarella, con tanto pomodoro. BUONA!
Mi sento meglio.
Al centro del mercato ci sono dei tavolini, di fronte i tavolini un bar.
Ordino una spremuta d’arancia e mi siedo, osservando tutto intorno il via vai delle persone.
Mi sento davvero bene.
Poi d’improvviso… SBAM

Mi sento morire dentro: una coppia, sulla sessantina, sta fotografando dei normalissimi, romanissimi carciofi poggiati su una cassetta i plastica.

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I due tizi si avvicinano: continuano a fotografare cose inutili. Non riesco a vederli bene per fotografarli a mia volta per bene, poi ad un tratto lei mette la fotocamera in tasca e smette di fare foto assurde; lui non demorde. Mi passa vicino, ha gli occhi sbarrati, le pupille dilatate al massimo, sembra un lupo in cerca del suo agnellino. Eccolo.

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La vera fine arriva nel momento in cui mi rendo conto di essere stato contagiato anche io,  avendo passato tutto il tempo a fare foto a estranei che facevano foto.

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IL PESO DI AVERE UNA VISIONE

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Ve lo dico sin dall’inizio: questo articolo sarà scritto di getto. So da dove sto cominciando, non so dove andrò a finire; non aspettatevi nulla. D’altronde, se vi aspettavate qualcosa da me, non state messi poi così bene: come si può aspettare qualcosa da un Mentitore?

Ogni tanto mi capita di pensare che anche io vorrei avere uno di quei lavori che una volta assunto ti dicono quello che devi fare, diventare parte di un processo più grande insomma.
Quanto sarebbe più facile avere qualcuno che mi dice quello che devo fare, non dover pensare, non dovere prendere delle decisioni… non avere una visione su quello che sarà il mio contributo nel mondo!
Conosco tante persone, anche laureate, che quando gli chiedo cosa vogliono fare nella vita, mi dicono “eh con questa crisi non c’è un lavoro che fosse uno!”, e inviano curriculum alle aziende più diverse, e fanno i più strani colloqui.
Praticamente stanno scaricando su altri le decisioni su quello che sarà il loro futuro lavoro.

C’è un libro spettacolare, Fight Club, dove ad un certo punto il personaggio fa un dialogo  con se stesso (chi ha letto il libro o visto il film capisce perché ho usato dialogo e se stesso nella stessa frase):

– Protagonista: Io non conosco mio padre. Insomma, lo conosco, ma se n’è andato via quando avevo sei anni. Ha sposato un’altra donna, ha avuto altri figli. Lo fa ogni sei anni: va in una nuova città e mette su una nuova famiglia.

– Tyler: Il cazzone ha aumentato le filiali! Il mio non ha fatto l’università, perciò era essenziale che ci andassi io.

– Protagonista: Questa non mi è nuova!

– Tyler: Così mi laureo, gli faccio un’interurbana e gli dico: papà, e adesso? E lui: trovati un lavoro!

– Protagonista: Stessa cosa!

– Tyler: A venticinque anni faccio la mia telefonata annuale e gli dico: papà, e adesso? E lui: non lo so, vedi di sposarti!

-Protagonista: Sì, come a me…

(devo assolutamente rileggermi il libro! E ve lo consiglio assolutamente!!!)

Qualcuno si è sentito preso in causa? Siamo cresciuti coi nostri genitori che ci dicevano cosa fare e cosa non fare, e noi delegavamo a loro le nostre decisioni e le nostre responsabilità; il che è pure giusto quando hai il pannolino, quando non hai mal di pancia che non vuoi andare a scuola… comincia a diventare strano quando hai 20 anni e ancora ti aspetti che gli altri ti dicano cosa fare e cosa no, solo per liberarti da quel peso che è appunto la responsabilità di prendere delle decisioni per proprio conto.
Ma se da una parte può essere “normale” aspettarsi un certo comportamento dai propri genitori, non possiamo aspettarci lo stesso dalla società tutta.

La celeberrima frase

PIOVE GOVERNO LADRO!!!

racchiude in tre parole il senso di quello che voglio dire.
Non possiamo pretendere e basta; la società è qualcosa che si costruisce dal basso, tutti devono cooperare, come delle piccole formiche.
E il voto non è un voto di scambio: non è “io ti ho votato, tu ora stai in poltrona, ma in cambio voglio la mia seggiola”.
La tua seggiola te la devi costruire da solo.
E’ un periodo piuttosto “stressante” per me, ma non mi lamento. Non mi lamento perché sto facendo quello che ho deciso di fare.
E se le cose andranno in un modo o in un altro, sarà solo a causa mia: per questo non mi posso permettere di lamentarmi.

Qualche giorno fa ho partecipato ad un seminario introduttivo sull’auto-imprenditorialità, messo su da Roma Capitale con i soldi del Fondo Sociale Europeo.
La “seminarista” ha detto all’inizio una cosa che mi ha colpito: ha citato la Teoria della Ghianda di James Hillmann (anche se erroneamente l’ha attribuita a Jung).
Il seme della ghianda è un seme particolare, perché all’interno di esso sono presenti già tutte le parti della quercia, già differenziate.
Allo stesso modo, secondo Hillmann, noi siamo delle ghiande, e già dalla nascita abbiamo all’interno di noi quello gli uomini che saremo in futuro.
Se siete interessati ad approfondire la psicologia di Hillmann fatelo, io mi fermo qui per non allungarmi troppo.

Questa citazione mi ha colpito perché condivido abbastanza la filosofia di Jung e di Hillmann.

La signora ha iniziato il seminario quindi spronandoci ad ascoltare e seguire la nostra ghianda.

Interessante, motivante, toccante.

Il “problema” è giunto quando a turno tutti i presenti si sono presentati ed hanno presentato la loro “idea imprenditoriale”.
La maggior parte delle idee imprenditoriali verteva su:
– orti urbani;
– cibo e cucina tradizionale;
– roba equo-solidale;
– “sociale”, qualsiasi cosa significhi

Per carità tutte cose buone e belle.
Però io non le condivido.

Per restare in tema di archetipi, non posso non citare l'”Archetipo della Madre”:
una delle numerose interpretazioni dell’archetipo della madre ci dice che in un momento di crisi, di sgomento o di paura, abbiamo la tendenza a rifugiarsi nella sicurezza della certezza, del vecchio, delle tradizioni, “sotto la gonnella di nostra madre”; detto in termini moderni: tendiamo a restare nella nostra comfort zone. Solo che in questo modo invece di progredire, regrediamo: da un punto di vista psicologico questa regressione rappresenta la morte del Se’. La ghianda non diventerà una quercia.

Per questo mi sono meravigliato di quante persone evidentemente in crisi, sperino di trovare la soluzione alle loro crisi tornando alle tradizioni, “alla terra”, invece di sforzarsi di comprendere il cambiamento e cavalcare il progresso. Tante di quelle persone che stavano lì erano persone sulla cinquantina, con alle spalle i più disperati tentativi imprenditoriali, tutti falliti.
Sono convinto che il superamento della crisi debba per forza passare per una fase di paura, di insicurezza, di vuoto, di panico. Ci siamo illusi di poter vivere costantemente in una zona di comfort zone artificiale; poi però abbiamo paura di parlare con il professore della tesi… ci stiamo rincoglionendo.
E credo sia anche piuttosto fisiologico il fatto che non tutti ce la fanno.
In natura è così, costantemente, 24 ore su 24 7 giorni su 7.

Dobbiamo fare i conti con la possibilità di fallire, e che sarà solo colpa nostra.

QUESITO (PAT)ETICO

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Vi racconto questa cosa.

A fine Ottobre compro su Amazon una custodia per il mio MacBook Air: una bella custodia in pelle, nera, al dignitoso prezzo di 9€; la consegna era prevista entro 3 settimane.

Passano le 3 settimane, ma niente. Faccio passare un’altra settimana, e ancora nulla. Così mi decido a mandare una mail al venditore, che risponde subito scusandosi per l’inconveniente e mostrandosi subito disponibile ad effettuare il reso. Dal momento che non avevo tanta fretta, ci siamo concordati che avrei atteso un’altra settimana, alla fine della quale se non avessi ricevuto nulla, avrei fatto la richiesta di reso. Passa la settimana, ma nulla. Sta custodia non vuole arrivare. Così faccio richiesta di reso e tempo tre giorni mi vengono riaddebitatii sulla carta i miei 9€.

Tutto sembra finire così, quando invece stamattina passando per caso in ufficio da mio padre, dopo ormai più di due mesi dall’acquisto, mi trovo la custodia sulla scrivania. “Ti è arrivato quel pacco, ieri” mi dice mio padre…

Ecco, cosa fareste voi ora?

– vi terreste la custodia senza avvisare il venditore?

– avvisate il venditore per pagargli di nuovo la custodia?

Dite la vostra, che poi io vi dirò la mia!

L’UFFICIO CHIUDE ALLE 12.00

Stamattina giro di visite coi nonni al seguito.
Tutto bene per fortuna, poi mentre torniamo a casa, dal momento che dovevano ritirare delle analisi del sangue, ci fermiamo alla ASL di via Boccea.
Parcheggio dentro alla ASL: sembrava di stare su un terreno di guerra, buche alte 30 centimetri, sassi e pezzi di ferro che escono dalla terra… fango ovunque. Ma tant’è, e mentre faccio le più improbabili manovre per cercare di non esplodere su qualche mina antiuomo che sicuramente è restata inesplosa, tocco sotto con la macchina -_- .
Esco dalla macchina, e devo affrontare lo stesso percorso a piedi, sotto la pioggia. Ci riesco, ed entro nella ASL.
Stanco, esausto, mi avvicino al bancone, dove la signora sta al telefono.
Faccio per porgerle la delega per il ritiro delle analisi, quando lei fa un gesto con la mano, dice al telefono “aspetta un secondo per favore”, e mi dice: “mi spiace, ma è possibile ritirare le analisi entro le 12.00, deve tornare domani”;  e mentre dice questo indica qualcosa che si trova alle mie spalle.
Mi giro e trovo appeso al muro, leggermente in alto, un orologio che segna le 12.06.
LESANTODDIODODICIESEIMINUTI!
Mi rigiro per chiederle gentilmente di fare un’eccezione, che ho due ultranovantenni in macchina, che se sapesse cosa ho dovuto fare per raggiungere questo edificio…
quando la ritrovo di nuovo al telefono, girata di spalle, con nessuna intenzione di dedicarmi un altro secondo della sua inutile esistenza.

Vedo rosso, gli occhi mi tremano, sento caldo.
Mi giro, scatto verso l’orologio, lo stacco dal muro, torno indietro al bancone dove trovo la signorina ancora di spalle, sbatto SBAM l’orologio sullo spigolo della scrivania, rompendo il vetro di protezione, sposto la lancetta indietro il giusto, e poi dondolo l’orologio davanti alla faccia della signora: lei sta lì come impietrita, i suoi occhi mi fissano terrorizzati; io le dico “signora, controlli meglio l’orologio, ancora non sono le 12.00, per favore può darmi le analisi di mio nonno?” e intanto poggio sul banco la delega.

Silenzio

Le mani della signora tremano, ma riesce a prendere il foglio; cerca nell’archivio la busta con le analisi di mio nonno, e me le lancia spaventate sul tavolo.

Mi giro, appendo l’orologio al suo posto, prendo quelle fottutissime analisi da sopra la scrivania ed esco dalla ASL contornato da un applauso che pare non finire mai.

Ovviamente potete immaginare tutti come sono andati realmente i fatti…

SUL CONFONDERE LE QUALITA’ E LE QUANTITA’ ovvero pesa di più un chilo di paglia o un chilo di piombo?

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Dal momento che vi piacciono i post noiosi, eccovene uno.

Quest’oggi vi parlerò del paradosso del sorite.
Abbiamo davanti a noi un bel mucchio di chicchi di mais;
dal mucchio prendiamo un chicco, e davanti a noi abbiamo sempre un mucchio di mais;
poi prendiamo un altro chicco, ed abbiamo sempre un mucchio di mais;
poi un altro ancora, e così via.
E’ evidente, tuttavia, che ad un certo punto non avremo più davanti a noi un mucchio.
Però se vi chiedessi quando questo accadrà, sono sicuro che voi non sarete in grado di darmi una risposta.

Dove sta il problema?

Scrivendo in linguaggio matematico quello che abbiamo fatto, avremmo questo:

mucchio di mais – 1 = mucchio di mais

il che non è possibile.

“- 1” è una relazione tra quantità: hai una quantità X dalla quale togli 1.
Il mucchio di mais invece non rappresenta una quantità, ma una qualità.
E proprio qui sta l’inghippo: applicare una relazione tra quantità ad una qualità, porta ad una situazione paradossale. Non s’ha da fare insomma: ragionare, procedere in maniera matematica/quantitativa quando si ha a che fare con delle caratteristiche qualitative porta inevitabilmente all’errore.

Di questo dovrebbero sempre tener conto tutte le cosiddette “scienze deboli”, che scienze poi non sono, come l’economia, la sociologia, le scienze politiche, e così via.

Questi sono il vero significato e senso del paradosso del sorite.

Cosa che non viene per nulla esplicato ad esempio nella voce di wikipedia, scritta probabilmente da qualche “scienziato debole”.

ESPERIMENTO SOCIALE NUMERO 0: RISULTATI

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Sono passati tre giorni e come vi avevo detto ecco i risultati del mio esperimento sociale:

Prima i fatti, poi le conclusioni e le osservazioni.

FATTI

1) la media delle visite è stata di 16 al giorno;
2) la media dei visitatori è stata di 7 al giorno;
3) una persona ha cominciato a seguirmi.

CONCLUSIONI E OSSERVAZIONI

Non è quello che mi aspettavo; sì è vero che ormai si trova di tutto un po’ ovunque: le mie immagini dopotutto non erano nulla di scandaloso. Ma una media addirittura inferiore a quella che ho quando parlo di cose noiosissime non me la sarei mai aspettata.
Vuol dire forse che sono più mainstream quando pubblico culi e tette di quando scrivo delle mie follie?

A parte una persona, non ho ricevuto nessun apprezzamento; questo significa che la fica non tira più come una volta?

L’unico blog che ha cominciato a seguirmi, dovrebbe essere femminile; è evidente che i maschi del terzo millennio preferiscono i confronti tra smartphone e tablet piuttosto che quelli tra culi. Siamo a rischio estinzione?

Vi lascio riflettere su queste tre profondissime domande… mentre io tornerò a scrivere delle solite cose noiose.
Ma tanto – a parte uno di voi – non dispiacerà a nessuno.