IL PESO DI AVERE UNA VISIONE

periscopio

Ve lo dico sin dall’inizio: questo articolo sarà scritto di getto. So da dove sto cominciando, non so dove andrò a finire; non aspettatevi nulla. D’altronde, se vi aspettavate qualcosa da me, non state messi poi così bene: come si può aspettare qualcosa da un Mentitore?

Ogni tanto mi capita di pensare che anche io vorrei avere uno di quei lavori che una volta assunto ti dicono quello che devi fare, diventare parte di un processo più grande insomma.
Quanto sarebbe più facile avere qualcuno che mi dice quello che devo fare, non dover pensare, non dovere prendere delle decisioni… non avere una visione su quello che sarà il mio contributo nel mondo!
Conosco tante persone, anche laureate, che quando gli chiedo cosa vogliono fare nella vita, mi dicono “eh con questa crisi non c’è un lavoro che fosse uno!”, e inviano curriculum alle aziende più diverse, e fanno i più strani colloqui.
Praticamente stanno scaricando su altri le decisioni su quello che sarà il loro futuro lavoro.

C’è un libro spettacolare, Fight Club, dove ad un certo punto il personaggio fa un dialogo  con se stesso (chi ha letto il libro o visto il film capisce perché ho usato dialogo e se stesso nella stessa frase):

– Protagonista: Io non conosco mio padre. Insomma, lo conosco, ma se n’è andato via quando avevo sei anni. Ha sposato un’altra donna, ha avuto altri figli. Lo fa ogni sei anni: va in una nuova città e mette su una nuova famiglia.

– Tyler: Il cazzone ha aumentato le filiali! Il mio non ha fatto l’università, perciò era essenziale che ci andassi io.

– Protagonista: Questa non mi è nuova!

– Tyler: Così mi laureo, gli faccio un’interurbana e gli dico: papà, e adesso? E lui: trovati un lavoro!

– Protagonista: Stessa cosa!

– Tyler: A venticinque anni faccio la mia telefonata annuale e gli dico: papà, e adesso? E lui: non lo so, vedi di sposarti!

-Protagonista: Sì, come a me…

(devo assolutamente rileggermi il libro! E ve lo consiglio assolutamente!!!)

Qualcuno si è sentito preso in causa? Siamo cresciuti coi nostri genitori che ci dicevano cosa fare e cosa non fare, e noi delegavamo a loro le nostre decisioni e le nostre responsabilità; il che è pure giusto quando hai il pannolino, quando non hai mal di pancia che non vuoi andare a scuola… comincia a diventare strano quando hai 20 anni e ancora ti aspetti che gli altri ti dicano cosa fare e cosa no, solo per liberarti da quel peso che è appunto la responsabilità di prendere delle decisioni per proprio conto.
Ma se da una parte può essere “normale” aspettarsi un certo comportamento dai propri genitori, non possiamo aspettarci lo stesso dalla società tutta.

La celeberrima frase

PIOVE GOVERNO LADRO!!!

racchiude in tre parole il senso di quello che voglio dire.
Non possiamo pretendere e basta; la società è qualcosa che si costruisce dal basso, tutti devono cooperare, come delle piccole formiche.
E il voto non è un voto di scambio: non è “io ti ho votato, tu ora stai in poltrona, ma in cambio voglio la mia seggiola”.
La tua seggiola te la devi costruire da solo.
E’ un periodo piuttosto “stressante” per me, ma non mi lamento. Non mi lamento perché sto facendo quello che ho deciso di fare.
E se le cose andranno in un modo o in un altro, sarà solo a causa mia: per questo non mi posso permettere di lamentarmi.

Qualche giorno fa ho partecipato ad un seminario introduttivo sull’auto-imprenditorialità, messo su da Roma Capitale con i soldi del Fondo Sociale Europeo.
La “seminarista” ha detto all’inizio una cosa che mi ha colpito: ha citato la Teoria della Ghianda di James Hillmann (anche se erroneamente l’ha attribuita a Jung).
Il seme della ghianda è un seme particolare, perché all’interno di esso sono presenti già tutte le parti della quercia, già differenziate.
Allo stesso modo, secondo Hillmann, noi siamo delle ghiande, e già dalla nascita abbiamo all’interno di noi quello gli uomini che saremo in futuro.
Se siete interessati ad approfondire la psicologia di Hillmann fatelo, io mi fermo qui per non allungarmi troppo.

Questa citazione mi ha colpito perché condivido abbastanza la filosofia di Jung e di Hillmann.

La signora ha iniziato il seminario quindi spronandoci ad ascoltare e seguire la nostra ghianda.

Interessante, motivante, toccante.

Il “problema” è giunto quando a turno tutti i presenti si sono presentati ed hanno presentato la loro “idea imprenditoriale”.
La maggior parte delle idee imprenditoriali verteva su:
– orti urbani;
– cibo e cucina tradizionale;
– roba equo-solidale;
– “sociale”, qualsiasi cosa significhi

Per carità tutte cose buone e belle.
Però io non le condivido.

Per restare in tema di archetipi, non posso non citare l'”Archetipo della Madre”:
una delle numerose interpretazioni dell’archetipo della madre ci dice che in un momento di crisi, di sgomento o di paura, abbiamo la tendenza a rifugiarsi nella sicurezza della certezza, del vecchio, delle tradizioni, “sotto la gonnella di nostra madre”; detto in termini moderni: tendiamo a restare nella nostra comfort zone. Solo che in questo modo invece di progredire, regrediamo: da un punto di vista psicologico questa regressione rappresenta la morte del Se’. La ghianda non diventerà una quercia.

Per questo mi sono meravigliato di quante persone evidentemente in crisi, sperino di trovare la soluzione alle loro crisi tornando alle tradizioni, “alla terra”, invece di sforzarsi di comprendere il cambiamento e cavalcare il progresso. Tante di quelle persone che stavano lì erano persone sulla cinquantina, con alle spalle i più disperati tentativi imprenditoriali, tutti falliti.
Sono convinto che il superamento della crisi debba per forza passare per una fase di paura, di insicurezza, di vuoto, di panico. Ci siamo illusi di poter vivere costantemente in una zona di comfort zone artificiale; poi però abbiamo paura di parlare con il professore della tesi… ci stiamo rincoglionendo.
E credo sia anche piuttosto fisiologico il fatto che non tutti ce la fanno.
In natura è così, costantemente, 24 ore su 24 7 giorni su 7.

Dobbiamo fare i conti con la possibilità di fallire, e che sarà solo colpa nostra.

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13 thoughts on “IL PESO DI AVERE UNA VISIONE

  1. Io penso che tornare alla terra invece sia la cosa piú saggia da fare in questo momento. Ma con zappe, vanghe, forbici, secchi e tutto il resto. Non coltivando un fagiolo per venderlo nel mercatino delle pulci sotto casa.
    Comunque parte bene la “seminatrice” se comincia con una citazione sbagliata! 😛

              • La questione non è l’attività ma il motivo per cui si vuole fare l’attività e la modalità che si vuole seguire: io voglio fare un import-export equo e solidale? Perché? Come devo fare per guadagnarci ed avere ancora l’equo e solidale? Se non voglio pormi quest’ultimo quesito o non voglio guadagnarci o non mi preoccupo dell’equità e solidarietà: sfrutto solo il nome del concetto.
                La “seminatrice” ha spiegato che le varie attività devono avere un motivo ed un relativo tornaconto? Se l’ha fatto magari qualcuno ha capito come fare un business onesto con il “sociale”, qualsiasi cosa sia il “sociale”. Se non l’ha fatto allora la “seminatrice” ha seminato male.

                • Esatto. Lo ha spiegato dopo le presentazioni personali. Equo e solidale significa sfruttare la manodopera a basso costo del terzo mondo e vendere i prodotti sottopagati sovrapprezzati a persone convinte che in Africa non si faccia la fame.

                  Comunque forse mi sono espresso male, non so. Non voglio dire che non si debba più avere a che fare con la terra; è ovvio che qualcuno dovrà pure produrre cibo. Ma a Roma, una metropoli, non puoi permetterti di fare quel tipo di business. Una nazione come l’Italia non può permettersi di basare la sua economia sulla terra, perché dove li trovi i soldi per il welfare? Il progresso tecnologico/scientifico è stato il motore evolutivo. La ricchezza derivata dall’utilizzo delle nuove tecnologie ha permesso il cambiamento della società (mi pare che abbiamo già fatto sto discorsi). Quando a Roma vedi aprire paninerie, pizzerie e bar come fossero funghi (cazzo siamo un popolo di chef?) quando chiudono tantissimi “negozi di servizi”, c’è qualcosa che non va.

                  • Il problema è che queste paninerie, questi bar e queste pizzerie non si appoggiano come dovrebbero sul settore primario nostrano. I servizi devono venire quando ci sono agricoltura e industria: se vengono meno questi due i servizi non hanno la base su cui poggiare. Nel centro di Roma non c’è spazio per i primi due settori ma nella campagna romana o meglio nella campagna laziale c’è spazio a sufficienza per queste cose. Uno stato basato solo sui servizi fa fatica ad esistere a patto di non essere uno stato molto piccolo, perché tutto il resto lo devi importare al prezzo che decide l’esportatore.
                    Già in questa situazione molto del cibo che consumiamo viene importato, diminuisse ancora la produzione interna potrebbero esserci dei problemi non indifferenti.

                    • Tu non hai visto di persona quelle persone: non hanno preso in mano una pala neanche da bambini. Scarpetta, maglioncino color pastello, pantaloni stretti, mocassini.

                      Secondo me il discorso non è molto diverso da quello che abbiamo fatto sul made in italy: gli italiani non possono più permettersi di mangiare italiano. Come non possono permettersi di vestire italiano.

                    • Il problema è che quelli non sono imprenditori, sono persone votate al fallimento che probabilmente hanno cercato di gestire un’azienda di “servizi” non sapendo come fare.
                      Ma ciò non toglie che l’imprenditoria agricola, come qualsiasi altra imprenditoria “produttiva” sia importante, fondamentale: senza una produzione materiale lo stato si regge sull’aria e può farlo solo a determinate condizioni.

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